L’arte negli Anni Settanta…secondo Vogue!

Condé Nast apre a tutti gratuitamente (per tre mesi) gli archivi di Vogue Italia. Dal 1964 ad oggi sono stati pubblicati oltre 650 numeri della rivista italiana di moda più famosa del mondo. Si tratta di un’occasione unica per fare un salto indietro nel tempo e scoprire gli abiti e lo stile dei decenni scorsi ma anche, perchè no, come la moda ha trattato il tema dell’arte.

Mi è bastato scrivere la parola “Arte” nella barra di ricerca degli archivi per trovare ben 5.537 risultati! Ho quindi pensato di condividere con voi alcuni articoli per riscoprire, insieme ai giornalisti di Vogue, come si parlava di arte. I pezzi più appassionanti trovati sino ad ora risalgono agli Anni Settanta quando, con un tono pungente, si prestava molta attenzione alle diverse tematiche relative al mondo dell’arte. Un tono che si è smorzato negli anni a favore della “cronaca” degli eventi e delle mostre, nonostante in alcuni numeri molto recenti siano stati pubblicati degli interessanti approfondimenti.

Vogue Settembre – 1975

La giornalista Vicky Alliata scrive dell’inaugurazione della Galleria d’Arte Moderna di Bologna (oggi MAMbo). Ne parla in modo severo, criticando l’austera struttura che la ospita, le luci che non rendono giustizia alle opere esposte e anche le scelte critiche dei responsabili artistici. Si lamenta infatti che le scelte siano poco rappresentative dell’arte contemporanea italiana di quei tempi e che i ragionamenti che hanno portato alla creazione di questo polo museale siano quelli dell’Illuminismo. “Per essere veramente nuova, una Galleria d’arte moderna dovrebbe dunque assumere come fondamentale il compito d’informazione, di laboratorio di esperimento aperto a tutti […] dovrebbe insomma diventare uno spazio a disposizione della comunità, con moltissimo materiale didattico e poca burocrazia.

Vogue Novembre – 1975

Venne gridato lo scandalo quando, all’interno di una galleria d’arte di Venezia, invece di appendere alle pareti le opere dei grandi artisti dei nostri giorni vennero messi in mostra pullover e pezzi di tessuto. Si tratta di una delle prime mostre d’arte in Italia dedicate alla moda, e più precisamente a Missoni. La giornalista si chiede “Quando impareremo, noialtri, intellettuali e consumatori, a interessarci dei processi di produzione di questi famosi beni di consumo che ci manipolano e condizionano?

Vogue Febbraio – 1976

La crisi (o presunta tale) dell’arte figurativa in Italia è analizzata da Carlo G. Dansi attraverso l’intervista ad alcuni noti galleristi italiani. Giorgio Marconi, la cui galleria è ancora oggi attiva ed è sempre stato specializzato in arte d’avanguardia, vede con positività la situazione: è l’occasione giusta per porre uno stop ai mercanti d’arte improvvisati e vendere a una clientela più selezionata e informata. Anche per Bruno Grossetto, della Galleria Annunciata di Milano, è una situazione positiva in quanto eviterà l’arricchirsi degli speculatori. Inoltre, viene addotta un po’ di colpa anche alla critica italiana per la sua scarsa obiettività e imparzialità che garantisce un successo solo fittizio ai giovani pittori.

Vogue Dicembre – 1979

Come si scrive una rubrica di arte? Questa è la domanda che si è posto il giornalista Gabriele S. Gianninoni su Vogue e che ha voluto porre anche allo scrittore e poeta Goffredo Parise. Secondo lui, esistono due tipi di rucbriche: quella di “lettere”, la rubrica per eccellenza, l’altra è quella di “conversazione”, quella che non è mai stata fatta. L’obiettivo principale è coinvolgere e dialogare con il lettore, parlando di tutto e senza censurare niente, essere originali e scegliere solo cose di altissima qualità (secondo il parere dell’autore perlomeno).

Vogue Febbraio – 1988

Lea Vergine intervista Henry Martin, critico d’arte originario di Philadelphia e che si è trasferito in Italia nel 1965, quando un suo compagno di studi che teneva un corso di letteratura medievale alla Bocconi gli ha offerto il suo posto di insegnante. Da allora non ha più lasciato il Paese. Secondo lui, il critico “non deve essere solo fornitore di teorie autonome, occorre una sensibilità che ti dica quando quello che scrivi è partinente all’opera. Troviamo spesso, invece, situazioni in cui c’è una scissione totale tra il discorso e l’oggetto a cui è riferito.”

Vogue Febbraio – 2001

Si inizia a parlare di arte digitale negli Anni Duemila: ne parla Roberta Franceschini che scrive che “l’ingresso nel nuovo millennio […] sembra aver portato una nuova consapevolezza: la necessità di indagare più criticamente i confini dell’universo digitale. Anche nella sfera artistica.” Ecco quindi il fiorire di mostre dedicate come 010101: Art in Technological Times, allestista al San Francisco Moma e la cui rassegna – precursore di tutti i tempi – era interamente visibile sul sito web dedicato.

Vogue Maggio – 2013

Uno splendido approfondimento sullo stato dell’arte italiana in compagnia di Bartolomeo Pietromarchi (direttore del Macro di Roma) e di Andrea Viliani (direttore del Madre di Napoli). Tra i vari punti affrontati emerge la necessità del museo di essere più umile e partecipativo, meno auto-referente e meno dedicato allo specifico dell’arte. Il museo deve diventare un luogo di armonizzazione tra fisico e virtuale: proprio quello che sta succedendo in questi giorni di chiusura totale.

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