Museo Castiglioni @Varese

Sabato sera, in occasione di una cena a Luino, ho deciso di fare una tappa per vedere uno dei musei al quale posso accedere gratuitamente con l’abbonamento ai musei della Lombardia. Si tratta del Museo Castiglioni, un piccolo museo etno-antropologico situato all’interno di Parco Toeplitz e nato dalla donazione di migliaia di reperti da parte dei fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni al comune di Varese. I fratelli Castiglioni hanno svolto 60 anni di ricerca e documentazione etnologica e archeologica, specialmente in Africa, dove hanno avvicinato numerosi gruppi etnici come le popolazioni paleonegritiche del Nord Camerun e quelle nilotiche dell’alto Nilo Bianco.

Le loro ricerche sono state stimolate dalle parole di Leopold Sedar Sehghor, Presidente del Senegal: “Uomini bianchi andate negli sperduti villaggi della mia terra e documentate le parole dei cantastorie, dei vecchi, di tutti i depositari di un antico sapere umano, perchè quando essi moriranno sarà come se, per voi uomini bianchi, bruciassero tutte le biblioteche.

Una frase importante che è alla base di questo luogo che, rispetto ad altri famosi musei di questo genere, può sembrare più “casereccio” ma non per questo meno ricco. Si inizia il percorso con i calchi di antiche incisioni rupestri…

…per poi proseguire verso il piano superiore dove, all’interno di una sala, è stato ricostruito un accampamento di Tuareg. Grazie a dei fasci di luce che illuminaano di volta in volta i dettagli, vengono raccontati gli usi e costumi del cosiddetto “popolo blu”, nome che deriva dal colore dei loro chèche che, con il sudore, lasciano un alone blu sulla pelle di chi lo indossa.

Dopo una ventina di minuti in compagnia dei Tuareg, è il momento di affrontare la dura vita del deserto con la riproduzione della “carovana dispersa”: nel corso di una spedizione nel 1977, i fratelli Castiglioni si imbatterono in un’intera carovana morta di sete.

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In seguito inizia un percorso alla scoperta delle popolazioni africane come i Beja, i Nubiani, i Samburu, i Maasai. E’ interessante vedere come queste popolazioni trattino il loro corpo come se fosse una tavolozza: capelli colorati con tinte ricavate da quello che l’aspro territorio in cui vivono può offrire, orecchini e “piercing” (chiamiamoli così!) che indicano lo status sociale di chi li indossa, copricapi ornati da penne di struzzo a simboleggiare l’importanza della persona che li indossa, incisioni sulla pelle a segnalare il numero di nemici uccisi…

Ma ciò che mi ha spinto realmente a voler visitare questo museo è la riproduzione a grandezza naturale della tomba di Tutankhamon, un’esposizione temporanea dedicata al più famoso e misterioso Faraone dell’Antico Egitto. La tomba è stata ritrovata da Howard Carter il 27 novembre 1922 e si trattò di una scoperta unica nel suo genere in quanto nessun ladro di tombe era riuscito a penetrare.

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E’ stato quindi possibile ammirare le pitture che raccontano il viaggio di Tutankhamon verso l’Adilà, il Duat secondo gli Antichi Egizi. La persona che ci ha accompagnati durante la visita ha raccontato con passione per oltre mezz’ora la storia del Faraone e dell’Egitto di quei tempi, il senso delle pitture e i simboli…un viaggio affascinante in un Paese che io sogno di visitare da anni.

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Questo museo racchiude centinaia di racconti incredibili. Tradizioni che piano piano si stanno perdendo e che, se non fosse per la volontà di conservazione e l’interesse personale oltre che accademico di persone come i fratelli Castiglioni, rischierebbe di perdersi definitivamente nel giro di pochi decenni.

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